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Benedetto 7 Dicembre

Un anno fa scrivevo sul mio diario:

“Lavoro: scoppia la bomba!! A casa prima – stress – sindacato…È la svolta!!!”

Un’anno fa è successo quello che mi ha portato a prendere una decisione drastica, radicale e per molti irresponsabile: lasciare il lavoro, il posto fisso, per uscire da quella gabbia in cui stavo morendo e tornare a riprendermi la mia vita!

Era già da molto che le cose non andavano più come dovevano: dormivo male a causa di incubi continui, e mi svegliavo continuamente pensando al lavoro e a stressanti pratiche da sbrigare; anche i weekend o le serate a casa, in famiglia, erano rovinate da improvvisi sbalzi di umore perché, per non so quale motivo, la mia mente mi riportava sempre al mio ufficio, al collega rompicoglioni, al capo-padrone.
Anche le mattine, quando andavo a piedi al lavoro, non riuscivo più a non soffrire già quella situazione, la giornata che mi si presentava davanti, e la mia testa andava già a creare probabili discussioni, problemi, portando così lo stress oltre il livello di guardia.
Ero una bomba con la miccia innescata, e quello che poi successe era inevitabile.

L’anno scorso il 7 dicembre era di mercoledì e, nonostante io lavorassi solo fino al giovedì, (il venerdì prendevo sempre il congedo di paternità), il mio limite di sopportazione era completamente svanito, e io stavo, come al solito, precipitando verso gli inferi più bui e profondi della mia infelicità.
I benefici del lungo weekend speso con Patty e Lara erano già svaniti il lunedì dopo solo poche ore seduto alla mia scrivania, e non serviva a nulla pensare che dovevo solo resistere altre 16 ore prima di respirare un po’ di libertà: il lavoro era diventato la mia prigione, la mia oppressione, la mia ansia continua.
E non riuscivo a staccare. Mai.

Adesso mi rendo conto che quello che fece scoppiare la bomba è stato, alla fine, forse solo un pretesto, un’occasione che mi sono a mio modo creato visto che forse avevo già scelto la strada da percorrere (anche se non lo volevo capire): una nuova discussione con il collega odiato, e come sempre per stupidi motivi, gli animi si accendono, iniziamo a gridare.
Ma questa volta è differente perché ho un attacco di panico: faccio fatica a respirare, il cuore batte all’impazzata, tremo, sento un forte dolore al petto.
Esco a prendere un po’ d’aria per cercare di calmarmi, ma mi sento ancora soffocare, sudo freddo e ho paura perché sono momenti terribili e interminabili.
Dopo non so quanto, decido di andare sul da capo e prendermi il resto della giornata libero, cercando di spiegargli l’accaduto. Lui non dice niente, non fa niente, non si preoccupa minimamente di come sto, di quello che è successo.
E io sento che devo uscire da quel dannato posto, da quella opprimente situazione, e come un’illuminazione, mentre mi chiudo il portone dietro, capisco che devo farlo una volta per tutte.

Si, perché a quel punto non si trattava più di semplici problemi al lavoro, di normali incazzature e discussioni che ci possono anche stare.
No, la situazione era del tutto differente perché mi resi conto che, oramai, non ero più io a gestire la mia vita, e quindi anche il mio lavoro, ma viceversa: non sentivo solo che stavo sprecando il mio tempo nel fare qualcosa che non mi piaceva (ma che si deve fare per campare, ti dicono, come è nella normalità….), ma sentivo che stavo dando tutto al mio lavoro, troppo.
Era il lavoro a prendersi tutto il mio tempo, le mie energie, la voglia di vivere, la mia anima.
Era il lavoro a comandare i miei sbalzi d’umore improvvisi, a interferire e cambiare i miei stati d’animo.
Era il lavoro a rendermi infelice e insoddisfatto, lasciandomi incapace di poter godere appieno della gioia di una figlia di pochi mesi e della mia famiglia, proprio perché arrivavano sempre pensieri improvvisi, come mine vaganti, a riportarmi alla realtà delle cose – ossia allo stress, insoddisfazione, ansia – cancellando tutto il resto. (quante sere a sfogarmi con Patty, quanti litigi con lei solo per colpa del mio nervosismo accumulato altrove…)
Erano i miei colleghi e i miei clienti a non lasciarmi dormire di notte e farmi svegliare già incazzato di prima mattina.
Era il mio capo a spingermi sempre più verso il basso, verso la mia insoddisfazione assoluta e le mie paure, con i suoi giochini con il bonus (che ogni tanto mi toglieva sapendo che, con una famiglia da portare avanti ed essendo il solo a lavorare, avevo “bisogno” di quel lavoro), o con il suo non ascoltare i miei problemi, non rispondere alle email nelle quali cercavo di spiegare che così non potevo andare avanti, e con il suo pretendere sempre di più (per i motivi di cui sopra).
Era sempre e solo il lavoro a governare i miei pensieri, per un motivo o per un altro, e quello che era peggio adesso è che stava rovinando anche la mia salute fisica e mentale.

Mentre tornavo a casa, decisamente ancora scosso, iniziai a cercare di dare delle risposte concrete a tutte quelle domande che avevo provato ad evitare per tanto tempo: era questa la vita che volevo? Era questo la vita che volevo dare a mia figlia?
Ne valeva veramente la pena il preferire la sicurezza economica per la mia famiglia, e quindi per il futuro di mia figlia, anche se questo comportava il mio stress continuo, i miei sbalzi d’umore, la mia infelicità, la mia ansia e depressione?
Era veramente normale che dovessi accettare quella situazione (ogni lavoro è uguale, mi hanno sempre ripetuto…) abbassare la testa e andare avanti?
Che aspettative di vita potevo avere e potevo dare ai miei affetti se avessi continuato in quella situazione?
La vita è una ed è mia: non dovrei essere io a decidere cosa farne?

La decisone da prendere divenne palese (lo era già da tempo ma per fortuna ora avevo veramente toccato il fondo e non avevo altra scelta…), e mi resi conto che dovevo riprendermi la mia vita, dovevo cercare la mia strada per essere non dico felice, ma almeno sereno, tranquillo, soddisfatto.
Lo dovevo a me stesso, lo dovevo alla mia famiglia.

Altre cose successero in quei giorni a rafforzare la mia scelta.
Su consiglio del sindacato andai dal medico che mi diagnosticò la depressione e in particolare mi spiegò come questa influenzava il funzionamento della mia mente, cosa che mi fece molto riflettere: di solito, mi disse, la mente umana percepisce input positivi e negativi da ogni situazione e risponde con altrettanti output positivi e negativi; per colpa della mia depressione, la mia mente era arrivata a percepire solo il lato negativo delle cose e rispondeva solo con altra negatività. Praticamente non trovavo e non vedevo o percepivo più nulla di positivo nella mia vita, al lavoro come in famiglia: tutto mi stressava, tutto mi affliggeva.
Ammetto che lo scoprire di essere depresso, e quindi malato, fu anche un sollievo, almeno sapevo che non stavo impazzendo e che c’era una spiegazione logica al recente malfunzionamento della mia mente.
Ma il dottore poi mi liquidò dandomi solo pochi giorni di malattia, altrimenti l’istituto di previdenza sociale svedese avrebbe potuto creare problemi sia a lui che a me: ero malato, ma non potevo permettermi di curarmi a lungo e come si deve, perché dovevo tornare a produrre.

Ancora una volta qualcun altro decideva per me e per la mia vita: a chi interessava veramente di me e della mia salute?

Di sicuro non interessava al mio capo che, proprio in quei giorni di malattia, decise improvvisamente di mandarmi email e messaggi continui, almeno uno al giorno, non per chiedermi come stavo ma solo per pratiche lavorative, o per stupidi problemi burocratici che mi tenevano ancora sotto pressione.
Volevo veramente lasciarlo decidere della mia vita?

La strada verso la libertà assoluta è stata dura: da quel 7 dicembre 2016 sono passati mesi prima che riuscissi a liberarmi completamente da quelle dolorose catene.
Ma mi piace ricordare quel giorno, benedicendolo, come “la svolta” definitiva, la spinta per tornare a galla, il calcio in culo che mi serviva per uscire da quel girone infernale in cui mi ero cacciato.

Dopo un anno sono adesso io il padrone della mia vita, sono io a scegliere per me, sono io a gestire il mio lavoro e il mio tempo.
Dopo un anno sono una persona completamente diversa e rigenerata, nonostante sia stato difficile combattere la depressione e lo stress, dei quali porto ancora gli strascichi addosso.
Dopo un anno sono sereno e felice, come uomo e come padre, e ho tanto da dare a mia figlia e alla mia famiglia: quel tanto che non si misura con lo stipendio che uno porta a casa a fine mese, quel tanto che vale molto ma molto di più.
Dopo un anno sto partendo con il mio progetto, inerro.land – il lancio previsto per inizio 2018 – inseguendo i miei sogni e le mie passioni, facendo quello che mi piace fare.
Dopo un anno sto costruendo la mia strada, passo dopo passo, ma sono almeno sicuro di camminare verso la giusta direzione.

E credetemi, è un gran bel sentire…

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