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I Soldi non Fanno la Felicità

Qualche anno fa, durante la pausa pranzo, stavo parlando con un collega, lamentandoci del nostro impiego.
Come spesso accade negli ambienti di lavoro, dove ci si sente più compagni di sventura che collaboratori, ci trovavamo a deplorare il nostro incarico e, in particolare, il nostro stipendio sempre troppo basso rispetto alla mole di servizi a noi richiesta e alle responsabilità a noi attribuite.
Il collega tirò fuori allora il paradosso di Easterlin (professore di economia all’Università della California) secondo il quale la felicità e l’appagamento di una persona aumenta costantemente con il reddito fino ad un certo punto, una soglia, dopo la quale diminuisce drasticamente seguendo poi un andamento ad U rovesciata.
Senza entrare nel campo degli studi economici, nelle ipotesi teoriche e nei dibattiti su possibili formule matematiche per spiegare questo paradosso, sembra che il professore, alla fine, altro non fa che convenire con il vecchio proverbio che tutti conosciamo.
Praticamente, dopo un certo livello di reddito che copre i bisogni primari dell’uomo, scatta in noi un meccanismo infido che ci rende infelici nonostante guadagniamo di più.
Perché?
Perché, dopo aver soddisfatto i nostri bisogni primari (per intenderci, quelli che sono alla base della piramide di Maslow) iniziamo ad avere disponibilità liquida per “toglierci qualche sfizio”, e si entra in quella spirale del consumismo dove si iniziano a desiderare gli extra in maniera sempre crescente.
E non importa alla fine quanto in più arriviamo a guadagnare perché vogliamo sempre di più per soddisfare il bisogno di tutti quegli “sfizi” che, all’improvviso, sono diventati di primaria importanza: cambiare la macchina, cambiare il telefonino, comprare l’ultimo derivato tecnologico, andare al ristorante più spesso, oppure andare fuori il weekend a sperperare centinaia di euro al colpo in cocktails e discoteche.
Ognuno di noi ha i suoi sprechi, i soldi che butta fuori dalla finestra. E, parere personale, penso che, se in maniera ridotta, non ci sia niente di male: si guadagna qualcosa in più, è giusto togliersi qualche sfizio.
Il problema, però, è porsi un limite, un freno, perché non ha senso parlare di povertà, o lamentarsi del proprio reddito, solo perché non possiamo spendere come vogliamo. Ci lamentiamo, ci sentiamo schiavi, passiamo la vita a sperare in una vincita milionaria al Superenalotto o al totocalcio (dimenticandoci quanti di questi “fortunati” siano finiti in misera tragedia) lavorando in posti che odiamo sperando di guadagnare qualcosa di più per spendere di più.
Quale sarebbe il nostro limite?
Duemila, tremila, diecimila euro al mese?

Dopo 5 anni ero ancora li, nello stesso odiato lavoro a lamentarmi, con lo stesso odiato collega, del “misero” stipendio che prendevo.
Quanto tempo ho sprecato?
Quante energie e quanto stress accumulato?

Certo, lo stipendio dovrebbe crescere con l’aumentare del costo della vita, ma è veramente solo questo il motivo per cui vogliamo sempre di più? Forse dovremmo smettere di desiderare il superfluo e pensare, e cercare, quello che ci fa stare veramente bene.
E tirarci fuori dal consumismo e dallo spreco.
Altrimenti siamo solo bambini viziati che vogliono e chiedono un giocattolo nuovo perché quelli che abbiamo appena ricevuto non ci piacciono più.
Il problema è che, anche se a piccole dosi, ci è sempre stato detto di si.
Tanto lo sanno che finiremo con il desiderare sempre di più…

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