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Il Male di Vivere

Ultimamente, e purtroppo sempre più frequentemente, si parla della depressione, ormai considerato il male del secolo.
Ricerche della WHO (World Health Organization) ovvero l’Organizzazione mondiale della sanità, riportano dati alquanto allarmanti: 322 milioni di persone nel mondo soffrono di depressione e, nel decennio compreso tra il 2005 e il 2015, ci sarebbe stato un aumento del 18%.
Nel giro di pochi anni la depressione sarà la seconda causa di malattia.

In Italia la situazione non è certo differente dal resto del mondo e, in uno studio condotto dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), sembra che circa 11 milioni di italiani soffra di depressione, con una percentuale di circa il 20% in più rispetto alla media europea.
Un altro fattore su cui riflettere è l’aumento di questa patologia tra i bambini e gli adolescenti e quindi tra le generazioni future.
Che essere depressi divenga la normalità in un futuro non troppo remoto?

Ho sofferto di depressione, forse ne soffro ancora, e so benissimo cosa vuol dire lottare con una malattia talmente subdola, eppur spietata, che riesce a stravolgerti la vita fino a portarti a perdere qualsiasi interesse per essa stessa. E questo non vuol dire pensare al suicidio, o addirittura togliersi realmente la vita, ma continuare a sforzarsi di esistere, giorno dopo giorno, senza stimoli, senza gioie, senza emozioni. Un calvario, una condanna. Uno stato vegetativo.
La mia depressione non è dipesa da qualche evento particolare (un incidente, una perdita affettiva importante o altro), ma piuttosto da un malessere congenito, un male di vivere che mi porto dentro da sempre, derivato dall’incapacità di adattarsi ad un tipo di vita, quello apparentemente “normale”, che ci circonda.
E penso che questo sia il problema principale della continua crescita esponenziale di persone affette da questa malattia: siamo sempre più distanti tra di noi, isolati dagli altri attraverso quelle inevitabili barriere di schermi sempre accesi; siamo sempre più insoddisfatti e repressi, in situazioni economiche precarie, costretti a fare quello che non ci piace, o che magari odiamo, per il solo scopo di riuscire a sopravvivere; e siamo costretti a mettere da parte sogni e ambizioni, perché al mondo che ci circonda non frega niente di noi, della nostra felicità, della nostra soddisfazione personale.
E allora viviamo in una situazione di disequilibrio, di scompenso, di mancanza di stimoli.
Esistiamo, non viviamo. E il non vivere non è forse un sintomo della depressione?

Nel libro “L’uomo che trema” (che consiglio vivamente – a mio avviso un vero capolavoro – che soffriate direttamente o indirettamente di depressione, o che vogliate solo capire dall’interno, realmente e spietatamente,  questa malattia), Andrea Pomella scrive:

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è “Perché sono depresso?”, ma “Come fate a non esserlo tutti?

E infatti, a poco a poco, ci stiamo diventando.
Forse è arrivato il momento di rivedere le cose?

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