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La Mia Prima Volta

Quando mancavano solo tre settimane dalla partenza per la mia avventura, Wandering Italia, c’era ancora una cosa importantissima da fare  assolutamente: dormire in tenda, da solo, in Natura.
Questa è la mia prima volta:

Le previsioni non sono delle migliori, ma ho già rimandato troppo a lungo a causa di svariati imprevisti: sembra che pioverà proprio nel mezzo della giornata, quindi salta anche l’idea di una lunga camminata prima per accamparsi poi la sera.
Ma devo andare, non posso rimandare ulteriormente: che fare allora?
Su due piedi decido di partire in macchina e raggiungere il lontano Parco Nazionale di Tiveden, circa 420 km da Malmö, che ho attraversato, e del quale mi sono innamorato, durante il mio ritorno da Stoccolma.

Sono quasi le 10:00 quando parto da casa e decido di fare un tragitto più lungo ed evitare l’autostrada E4 (tra l’altro molto noiosa) fino a Jönköping. Prendo invece la E20 direzione Göteborg per uscire ad Halmstad e proseguire poi su strade provinciali.
La prima ora e mezzo scorre lenta e non proprio entusiasmante, un po’ perché non amo le strade trafficate, un po’ per il paesaggio noioso, reso ancora più triste dal tempo grigio.
Uscito ad Halmstad, dopo soli pochi chilometri mi immergo nelle colline e foreste della contea di Halland, il paesaggio che più amo, e ho quasi subito il primo regalo della giornata: vicino la strada, due alci brucano tranquillamente in uno spazio aperto. Rallento, trovo il primo punto per fare inversione a U e sono fortunato che proprio li vicino c’è una stradina che mi permette di arrivare a circa un 150-200 metri dai due animali. È una femmina con il piccolo dello scorso anno, notano subito la mia presenza e per un po rimangono a guardare; ho la reflex con il teleobiettivo pronti sul sedile passeggero e riesco a scattare qualche foto senza neanche scendere, per non disturbarli.
Dopo un po’, forse infastidita, la madre decide che è arrivato il momento di andare in un posto più sicuro e, “leggiadramente” con la loro buffa e dinoccolata andatura, si allontano e spariscono nel bosco.
Sono felice, lo ammetto: amo le alci ed era un bel po’ che non le vedevo, e spero veramente di essere riuscito a fare qualche bella foto.

Riparto proseguendo sulla s26 direzione Gislaved e poi verso Jönköping: ogni tanto piove, ma le nuvole basse che si infilano tra le fitte foreste delle colline che corrono di fianco alla strada, donano un intrigante senso di mistero. Vorrei fare delle deviazioni, prendere qualche stradina laterale, ma so che devo comunque affrettarmi per non arrivare a destinazione troppo tardi.
A Jönköping decido di fare un ulteriore deviazione e procedo verso Mullsjö e poi Skövde, per raggiungere infine Karlsborg dove mi fermo a comprare le ultime cose; fa freschetto, 9 gradi segna la macchina, e il tempo sembra molto minaccioso. Ma ormai sono quasi arrivato e, se proprio dovesse piovere, vorrà dire che sarà tutto più avventuroso…

Il Parco di Tiveden, a circa 30 km da Karlsborg, ricopre una superficie di 5500 ettari circondato da un ancor più vasto territorio di selvagge foreste e laghi, dove si narra si nascondessero una volta i fuorilegge.
Così remoto e selvaggio è proprio quello che fa al caso mio, e non conoscendo affatto la zona, mi da anche quell’insicurezza, e quindi capacità di prendere rapide decisioni e di adattamento, che mi saranno molto utili durante Wandering Italia.

Raggiungo l’entrata principale verso le 15:30: ha appena smesso di piovere, la temperatura è scesa fino a 7 gradi e non c’è copertura. Dalla cartina ho visto che ci sarebbe un posto dove poter accamparsi a poco più di un chilometro, ma prima di andare devo assolutamente avvisare Patty di non preoccuparsi se non mi dovesse sentire fino a l’indomani mattina.
Così risalgo in macchina, ma nonostante guidi ancora per qualche chilometro, il segnale non esiste o è troppo debole per poter chiamare. Trovo però una deviazione che porta ad un’altra entrata del Parco, Vitsand, e decido di andare a vedere.
Quest’entrata si affaccia direttamente sul Lago Stora Trehörningen, ed ha una piccola spiaggia di sabbia chiara (da cui, presumo, deriva appunto il nome Vitsand, sabbia bianca)
Il telefonino prende, il cielo si apre e regala sprazzi di sole, e li vicino, a circa 500 metri, c’è un posto dove posso accamparmi (rispettando così le leggi del Parco): sembra che la fortuna sia dalla mia parte!

Alle 16:20 lascio la macchina e mi dirigo verso Käringa-Udden con il mio zaino pieno di tutto l’occorrente per la notte e con la speranza che il telefonino prenda anche li, altrimenti tornerò indietro per accamparmi sulla spiaggia.
Costeggio un po il lago, caratterizzato dalle tipiche rocce che creano pittoresche penisole e isolette.
Il posto per poter piantare la tenda è veramente carino: affacciato sul lago, sulla punta di una piccola propaggine di terra circondata da rocce, è provvista di un gabbiotto con la legna (e addirittura un ascia e una sega!) e un bel posto per accendere il fuoco in tutta sicurezza. E poi ho anche copertura, perfetto!
Sono le 17 e so che devo affrettarmi se voglio gustarmi in pace la serata.
Devo montare la tenda, prima di tutto, ed essendo la prima volta so che prenderà più tempo dei soli 5 minuti che il produttore ostenta come uno dei migliori pregi del prodotto. Infatti ci metto più di mezzora e non sono completamente soddisfatto del risultato finale, ma per stanotte può andare.
Gonfio il materassino, tiro fuori il sacco a pelo e sistemo lo zaino nel più che capiente spazio interno; adesso non rimane altro che fare un po di legna ed accendere il fuoco.
Mi godo l’intero processo, lo ammetto, e quando il fuoco è già alto e scoppiettante posso finalmente sedermi e godermi la pace e tranquillità del luogo: il sole illumina la riva opposta, non sento altro rumore che la risacca dell’acqua, qualche folata di vento e il cinguettio degli uccelli. Sento di essere solo, completamente, e probabilmente lo sono nel raggio di svariati chilometri, ma la cosa non mi pesa ne intimorisce, anzi mi rallegra.
Faccio una videochiamata per far vedere a Patty e nostra figlia il mio campo-base e tutto attorno; metto ad arrostire un paio di salsicce, faccio ancora un po di legna e mi metto a mangiare.
Decido di condividere l’esperienza sui socials, ma poi mi rendo conto che non avrebbe senso sprecare una simile occasione stando attaccato al telefonino: spengo tutto e mi isolo, volutamente, per lasciarmi cullare solo dar ritmo di Madre Natura.
E piano piano sento svuotarmi di pensieri ingombranti, sono sereno e ricettivo, attento a tutti i piccoli particolari che mi circondano: noto la corrente del lago che cambia direzione, il vento tra gli alberi, degli uccellini che, curiosi, vengono a trovarmi; e poi i giochi di luce tra i rami, l’acqua e le rocce… e quegli attimi interminabili di assoluto silenzio.
Non so di preciso quanto tempo ho passato così, senza “fare nulla” eppure assaporando tutto quello che, alla fine, è veramente importante: ho il fuoco acceso, ho mangiato, ho un giaciglio su cui dormire…cosa mi manca?
La luce si protrae a lungo anche dopo il tramonto, gli uccellini a mano a mano smettono di cinguettare e tutto diventa idilliaca poesia…

Aspetto che il fuoco si spegne e vado a dormire: prima di addormentarmi soffro un po’ il freddo, a dir la verità, e poi il mal di schiena quando scopro che sono scivolato dal materassino durante la notte; ma mi sembra di dormire comunque profondamente e saporitamente come non facevo da tempo.
Mi sveglio alle 4:40 sperando di poter immortalare una fantastica alba sul lago, ma è nuvoloso e sono infreddolito parecchio (probabilmente abbiamo sfiorato gli 0°) e non mi resta che darmi da fare e smontare tutto.
Torno alla macchina verso le 6:30, lascio un messaggio a Patty e metto in carica il telefonino e, avendo tutta la giornata a disposizione, decido di non perdere l’occasione di andare ad esplorare un po’ il parco.
Lasciare il telefono in macchina, e avventurarmi da solo tra le fitte foreste non è stata forse l’idea migliore, ma avevo comunque un fischietto e avevo lasciato detto a Patty che sarei tornato dopo 2-3 ore: così ho controllato la cartina e ho scelto di andare a vedere alcune delle principali attrazioni del Parco.
Ci sono diversi sentieri, tutti ben segnati e di diverse lunghezze: all’inizio vorrei fare il giro del lago, 9.5 km ma non sono sicuro del perché sia indicato un tempo di 6 ore per un simile breve percorso. Decido invece di fare brevi giri, tutti molto vicini alla macchina: per prima cosa mi dirigo verso Junker Jägeres Stone, una roccia di oltre 10 metri, trasportata dal ghiaccio durante l’era glaciale e che, leggenda narra, porta questo nome per il cacciatore Junker e il suo infelice amore per una donna del luogo.
Tornando verso la macchina faccio una deviazione per le grotte di Vitsand, una serie di cunicoli tra rocce cadute dalla montagna vicino o ancora trasportate dal ghiaccio, situate vicino un piccolo laghetto. Si potrebbe fare un giro più lungo per tornare alla macchina, ma il sentiero si incunea tra queste grotte, il terreno è sconnesso e reso scivoloso dalle pioggia di ieri e dall’umidità della notte, ed essendo da solo, decido di non rischiare.
Torno verso la macchina e decido di fare un pezzo del sentiero attorno al lago, Trehörningsrundan, e capisco subito il perché sia stato indicato un tempo così eccessivo di 6 ore per meno di 10 km: il sentiero è un continuo saliscendi tra le rocce, con pezzi anche molto ripidi, dei veri e propri strappi in salita e impervie discese che rallentano di molto il cammino.
Ma tutto attorno è semplicemente stupendo: il sole splende alto, tira un po’ di vento freddo che increspa l’acqua blu profonda del lago, la foresta e le rocce ricoperte di licheni sembrano il regno incantato degli elfi.
Mi spingo fino l’altra sponda del lago e vedo da lontano il posto dove ho passato la notte; faccio poi un po di foto alle diverse insenature e isolette e decido di tornare indietro.
Arrivo alla macchina che sono le 9:30 e, proprio in quel momento, il cielo si oscura di nuovo e minacciose nuvole si addensano promettendo pioggia.
Sono proprio stato fortunato!
Salgo in macchina, faccio un giro del luogo guidando verso nord per poi tornare indietro.
Mi accorgo che il fuoco della sera prima e forse il vento di questa mattina hanno “incendiato” la mia faccia che sembra bruciare…ed ho anche un estremo bisogno di un caffè.
Arrivo di nuovo a Karlsborg, sorseggio il caffè per svegliarmi un po’, e mi dirigo verso Malmö facendo ancora qualche deviazione.
Vedo ancora un’alce, ma questa volta non riesco a fotografarla nonostante abbia provato a inseguirla a piedi nel fitto della foresta.
Verso le 11 inizia a piovere e la pioggia mi accompagna fino verso Halmstad, rendendo il viaggio un po’ noioso.
E poi gli ultimi km di autostrada, tra Helsingborg e Malmö, diventano insopportabili per l’intenso traffico e i continui rallentamenti.
“Non stavo meglio ieri sera?”, penso…ma a casa ho la mia famiglia che mi aspetta, e non vedo l’ora di riabbracciare le mie due donne…
Sicuramente un’esperienza indimenticabile e molto soddisfacente: ci sono delle cose da migliorare, come per esempio il montare la tenda e lo stare al caldo la notte, ma la pratica renderà tutto più facile e veloce.
E indubbiamente il Parco Tiveden mi ha sorpreso ed emozionato e, nonostante la distanza, merita sicuramente un ritorno, magari per un paio di giorni.
E magari con Patty e Lara, per godere con loro di tutta questa meraviglia.

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